Filosofia istantanea

Chiamatemi Polaroider.

 

Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o troppi pixel  tra le mani e nulla di particolare che mi interessasse nei sensori  CCD o CMOS, pensai di darmi alla fotografia integrale e vedere la parte istantanea del mondo. 

 

E’ un modo che io ho di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

 

Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un maggio umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi a fotografare al più presto.

 

Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola.

 

Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto a scattare istantanee.

 

Non c’è nulla di sorprendente in questo.

 

Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso la fotografia.